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TUTTI INSIEME PER CAPIRE: “USO E ABUSO DEI SOCIAL NETWORK” Le parole lasciano il segno, le parole non si cancellano

Il 27 ottobre 2014, tutte le le prime del nostro Istituto si sono recate, durante la mattinata, al teatro degli Atti per ascoltare il giornalista Luca Pagliari che ha parlato del cyber bullismo e della pericolosità di Internet. Quando è salito sul palco ha iniziato a raccontare la storia di un ragazzino di Roma di nome Andrea, di 14 anni, che si è suicidato il 20 novembre 2012.
Fin da bambino gli piaceva tantissimo leggere e, a differenza dei sui coetanei, non era un tipo alla moda e non possedeva il cellulare di ultima generazione, ma un semplice telefonino, un po’ rotto e tenuto insieme con dello scotch. Non era come tutti gli altri, era diverso. Sua madre in una delle interviste che abbiamo potuto vedere, ha spiegato che le diversità è vista come un male, qualcosa di brutto che non dovrebbe esistere, mentre invece essere diversi, differenziarsi dalla massa, essere sempre sé stessi, è come avere qualcosa in più rispetto agli altri: è da considerare un pregio, non un difetto.
Un giorno Andrea si è presentato a scuola con un paio di pantaloni rosa; i suoi compagni hanno cominciato a deriderlo, ma lui ha risposto tranquillamente alle loro provocazioni, senza sentirsi offeso e senza offendere. Era solito comportarsi così in quelle situazioni: a volte provocava un po’ chi lo derideva, ma nelle sue parole non c’era mai nulla di pesante. La sua famiglia lo aveva educato al rispetto e al dialogo. Suo padre e sua madre erano divorziati, ma lo avevano fatto in modo tale che i loro figli non ne risentissero. La madre andava spesso dai parenti in Calabria ed era solita telefonare spesso a casa sua, a Roma, per sapere come stavano i figli e l’ex marito, col quale aveva conservato ottimi rapporti. Ma quel giorno, quel brutto giorno, quando chiamò, sentì solo il telefono aperto e l’ex marito che le diceva, in preda al dolore, che Andrea si era impiccato.
Il motivo per cui questo ragazzo abbia deciso di suicidarsi resterà per sempre un mistero irrisolto, in quanto non ha lasciato nessuna spiegazione. Si suppone sia stato per colpa degli insulti a scuola, oppure a causa della pagina Facebook creata a nome suo in cui veniva costantemente sbeffeggiato dai compagni, o per una delusione d’amore. Non si sa, ma la sua storia deve esserci d’esempio per capire che qualsiasi tipo di parola ha un peso, sia nella realtà sia, ancora peggio, scritta sul web.
Ognuno di noi ha dei sentimenti che vanno rispettati e offendere qualcuno solo perché la sua diversità ci appare sbagliata, è segno di stupidità. Essere diversi non vuol dire avere qualcosa che non va, significa essere speciali, essere il meglio in questo mondo sbagliato che sa solo criticare e giudicare chi non è come sono tutti gli altri.
Le parole lasciano il segno e postate sui social network resteranno per sempre.

Alessia Tucciarelli, I A.

Luca Pagliari

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