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Riflessioni sulla testimonianza di Marina, ferita nel corpo e nell’anima.

Progetto “Educare attraverso i luoghi: Bologna e la strage del 2 agosto 1980” e visita alla mostra “La ragazza con l’orecchino di perla: da Rembrandt a Vermeer” - Bologna, 16 aprile 2014

marina strage di bologna

Erano le 10:25 del 2 agosto 1980.
Una ragazza di 20 anni, Marina, lavora negli uffici al primo piano della stazione di Bologna. Un boato e da quel momento tutto cambia: una trave crollata sulla scrivania su cui sta lavorando, protegge il suo corpo da altre ferite che sarebbero mortali.
Aveva, circa, l’età dei miei studenti di quinta: viveva la spensieratezza della giovinezza, era felice di quell’impiego desiderato e da poco ottenuto, era una ragazza che sognava e che condivideva con le colleghe e amiche, speranze, illusioni, delusioni, gioie.
Poi il buio, il risveglio in una situazione opprimente, con la bocca e i capelli impastati di polvere, gli abiti lacerati, il dolore diffuso, il corpo che non si muove e i pensieri…tanti pensieri…la famiglia prima, e soprattutto il papà, che lavora anche lei nella stazione di Bologna, poi, come in un film, il futuro che scorre davanti a suoi occhi feriti e la sensazione che forse non lo potrà più vivere..
E mentre è sotto le macerie, il papà riesce a convincere un vigile del fuoco a seguirlo, a seguire quell’uomo che cerca disperatamente sua figlia, che è in alto, dove ancora non si può andare. E il pompiere decide che conta più il cuore delle regole e sale nel piano degli uffici. E’ così che Marina sente delle voci e con tutte le sue forze emette il grido che permetterà ai soccorsi di raggiungerla e salvarla.
Ed è lei la ragazza che urla, sulla barella, in quella fotografia che farà il giro del mondo e che resterà l’emblema dell’immane sofferenza provocata dalla strage.
La strage di Bologna: compiuta da uomini che volevano uccidere, uccidere il maggior numero di persone possibile. L’obiettivo era colpire gente comune, che lavorava in stazione o che si trovava lì, in quella calda giornata dei primi di agosto, per prendere il treno delle agognate vacanze oppure che, casualmente, era giunta alla stazione perché la macchina si era rotta, o perché era su un treno in ritardo che arrivava in quel momento: purtroppo, il momento sbagliato.
Marina si salva nonostante la ferita in testa, l’addome gonfio, l’occhio che sarà cucito, così come il braccio … Si salva sì, ma, dal momento in cui si sveglia, comincia a morire. Come spesso accade a chi esce vivo da una strage, si sente in colpa per il futuro che può avere e che le sue colleghe, le amiche della sua giovinezza, non avranno. E passa un anno e mezzo a tentare, quasi, di realizzare i loro sogni che si erano spezzati, ciò che loro avevano lasciato in sospeso, come, ad esempio, voler comprare i mobili ordinati per una casa che non ci sarebbe più stata.
Poi la sofferenza continua tra cure, terapia, bulimia, alopecia, un altro difficile intervento che la porta vicino alla morte e la presenza continua, devastante di quel 2 agosto che ancora, dopo 34 anni, si sente nelle sue parole, nel dolore che le costa rivangare quei momenti: si avverte la sua fragilità nelle lacrime che pungono, nelle mani che tremano, nelle parole che sfuggono. Ma Marina è forte nella sua sofferenza, perché ha l’energia di testimoniare quello che le è accaduto a studenti che hanno ora l’età che lei aveva quando il mondo le si è rovesciato addosso, che non devono dimenticare, che devono condannare ogni forma di violenza, ma soprattutto quella che colpisce persone inermi e innocenti in nome di una ideologia.
I ragazzi, generalmente attivi e pronti alla discussione, la ascoltavano in totale silenzio, la guardavano senza chiedere nulla di più preciso o specifico, preoccupati solo di non ferirla: sentivano il bisogno di proteggerla da altri dolori, da altri ricordi. Avvertivano che la polvere sollevata da quella bomba era ancora lì, negli occhi e nel cuore di Marina e continuava ad accompagnarla, facendole pagare il prezzo di una ideologia violenta che l’ha devastata e che, a distanza di tanti anni non le fa ancora ritrovare la pace.
Noi diciamo grazie a Marina, perché ha capito che la sua testimonianza ha un valore educativo inestimabile e questo le dà la forza di raccontare, nonostante il dolore che ogni volta deve rivivere; ha capito quanto sia importante che i giovani non dimentichino e sappiano pensare, riflettere, vivere, senza lasciarsi avvolgere da un mondo che li vorrebbe eternamente connessi, vittime di droghe e sballo, di sogni facili e di divertimento.
E grazie anche a Cinzia, la dott.ssa Venturoli, che segue il progetto “Educare attraverso i luoghi: Bologna e la strage del 2 agosto 1980, che ci ha fornito spiegazioni e dati, ci ha condotto nei luoghi simbolo della strage e ci ha fatto incontrare Marina.

CLASSE VA ex Brocca accompagnata dalla prof.ssa Patrizia Fabbri

 quinta A strage di bologna

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