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CONCORSO ARTISTICO-LETTERARIO “MORENA UGOLINI”

Il premio di poesia, prosa breve e immagine “Morena Ugolini” è giunto quest’anno alla XIII edizione.
Morena, precocemente scomparsa, continua così a vivere non solo nel cuore della famiglia e di quanti l’hanno incontrata, ma anche nel cuore di chi non l’ha conosciuta e legge i suoi versi facendosi trasportare dalla bellezza delle sue parole.
Il suo è un messaggio universale che gli studenti della nostra Scuola Economica hanno sentito vibrare nel cuore sin dalla prima edizione del premio che, in questi anni, ha visto crescere la partecipazione e ha portato tanti giovani di tutte le scuole riminesi a raccontarsi attraverso poesie, prose e immagini.
Anche in questa edizione, come in tutte le precedenti, siamo arrivati nelle prime tre posizioni:
Federica Giovagnoli, con “Vivere su … whatsapp”, della classe II A è stata premiata dalla giuria ottenendo il secondo posto nella prosa breve ed è stata votata dal pubblico dei social conquistando la prima posizione.
Altre due studentesse della II A, Alessia Tucciarelli, vincitrice del premio lo scorso anno, e Beatrice Maccari sono state premiate dalla giuria come “Prose segnalate”.

Vivere… su whatsapp

Non sono qui per fare la sofista o la moralista. Non sono qui per dare insegnamenti a nessuno: non sono la persona adatta per farlo. Ho deciso di scrivere per esprimere i miei pensieri confusi e rovesciare le tante domande che mi sto ponendo sul senso della vita.
Ma noi, individui, essere umani, viviamo per vivere o per sopravvivere?
L’esistenza è un arco di tempo troppo breve, fulmineo. Ecco perché è importante decidere come vivere.
Puoi buttarti via e scegliere di non essere te stesso solo per essere accettato, per piacere alla gente, per sopravvivere a questa società che sta manipolando tanto, forse troppo, la vita di noi adolescenti.
Oppure, puoi vivere, scrivendo pagina dopo pagina, evidenziando errori e conquiste. Certo non sarà facile. Ci saranno continui ostacoli, dovrai giocare con il destino, dovrai sfidare la sorte... Ma che vita sarebbe senza le difficoltà e le prove? Una vita noiosa, spenta, falsa. So che bisogna tentare, buttarsi, anche se si sbaglia e poi ricominciare.
So che vivere significa anche camminare con dei buoni amici al fianco, perché questo viaggio se sei solo non riesci ad affrontarlo. Saremmo persi se non ci fossero gli amici accanto.
Ma ormai viviamo in un mondo in cui pensiamo che per stringere amicizia basti fare un click. Comunichiamo attraverso telefonini e social network colorati che ci fanno sentire vicini, ci illudiamo di non essere soli perché qualcuno ci sta scrivendo su whatsapp. Ma la realtà è che non possiamo colmare la mancanza di una persona attraverso un social. Oggi, nel ventunesimo secolo pensiamo che la solitudine stia nello sbloccare lo schermo e non trovare notifiche. Senza social o senza messaggi. Tanti click, tanti messaggi, uguale tanti amici.
Ma siamo soli ugualmente, se non possiamo aspirare il profumo e il calore di una persona, se con lei non possiamo ridere e scherzare, piangere e sfogarci, e se, alla fine, mano nella mano, non possiamo guardare lontano e renderci conto di quanto siamo forti insieme.

Giovagnoli Federica
Classe II A

SUNRISE.

Dimmi, soldato: sei davvero sicuro di vincerla, questa battaglia?
Senti un silenzio diverso, lo percepisci sulla pelle. Il campo è deserto, apparentemente, e ad avvolgerlo mancano i suoni che precedono l'inizio della fine.
Dimmi, soldato: qual è il motivo per cui stringi al petto la tua arma?
Rancore, vendetta, rabbia, odio. Li senti montare da dentro, crescere smisuratamente, come labbra d'arsenico che bruciano la carne, che corrodono l'anima e ne fanno un'ombra inquieta.
Senti in lontananza il boato del primo sparo e il sangue ribolle nelle vene, le dita fremono contro il freddo metallo dell'arma.
Dimmi, soldato: per quale motivo ti stai guardando intorno, per quale motivo incroci lo sguardo fermo e triste dei tuoi compagni?
L'esitazione è una sensazione che non puoi permetterti di provare, non le puoi dare il consenso di trasparire dalla durezza del tuo sguardo.
Dimmi, soldato: con che coraggio avresti intenzione di premere il grilletto e lasciare che il nemico – l’uomo – che ti sta di fronte crolli al suolo, nella polvere e nel fango?
I colori si trasformano sotto il tuo sguardo attonito ed infervorato, ciò che resta è soltanto una coltre di fumo grigio e pesante, opprimente. Comprime il petto, brucia gli occhi, ma da essi non uscirà più alcuna lacrima. L'odio che senti prosciuga i sentimenti, strappa all'anima tutte le sue vivide sfumature, addormenta la ragione e la sostituisce all'oscurità di un baratro senza fondo, nel quale l'unica via d'uscita sarà sempre troppo in alto e l'unico modo per proseguire sarà continuare a cadere, cadere, cadere nel nulla e nel buio.
Non esiste più nemmeno il grigio, la nebbia.
Dimmi, soldato: ti senti appagato, ora che il nemico si è stretto convulsamente una mano al petto ed il respiro ha cessato di colorargli le guance di vita?
Guardati intorno: la stessa sorte è toccata ai compagni, gli stessi ai quali solo qualche secondo prima avevi rivolto uno sguardo carico di parole che mai lasceranno le tue labbra esangui e stanche. A questo punto si distingue soltanto il bianco lucente di un varco troppo lontano ed il nero avvolgente, travolgente, che si avviluppa intorno al petto e lì stringe, senza alcuna pietà, finché anche l'odio non se ne sarà andato lasciando spazio ad un enorme vuoto senza speranza alcuna.
Dimmi, soldato: qual è il significato delle ferite aperte che ti porti addosso, se non hai più compagni al tuo fianco che ti aiutino a curarle?
Dimmi, soldato: cosa provi realmente quando anche l'ultimo dei tuoi nemici crolla esanime e tu resti in piedi, da solo, nel mezzo di un campo cremisi?
Dimmi, soldato: hai mai provato a gettare le armi, a volgere lo sguardo verso il cielo?
L'alba che osservi è la stessa da entrambi i lati del fronte.

Alessia Tucciarelli
Classe II A

Il tempo della paura

Ma si, magari sono io che mi faccio film mentali su questo mondo, su questa vita. Sono quella che pensa troppo. Penso troppo allo scempio che imbratta di dolore e di sangue la mia giovinezza.
Dovrei vivermi e basta, liberando la mente e pensando al presente perchè tutto da un momento all'altro potrebbe finire. Ma ho bisogno di trovare una giustificazione plausibile e soprattutto la risposta ai tanti interrogativi che questo momento della storia sta presentando a tutti noi, noi occidentali, noi paesi " economicamente potenti ", noi della parte settentrionale del mondo, noi europei soprattutto. Noi che ancora non abbiamo sentito l’odore acre e il sapore amaro della guerra sulle nostre terre, noi che non la avvertiamo come un pericolo concreto, noi che osserviamo da lontano i luoghi colpiti.
Là ci sono persone che stanno vivendo l’incubo della morte come una realtà quotidiana, che si svegliano ogni mattina con il lugubre e meccanico canto dei kalasnikof, con lo sguardo rivolto ad una casa vicina che c’era e non c’è più, che camminano in mezzo al fumo e all’odore acre del dolore. Queste persone vanno a dormire e non sanno se il giorno dopo avranno la fortuna di risvegliarsi.
E ora questa realtà si sta avvicinando a poco a poco e ci si ritrova a cambiare le abitudini quotidiane…e io ci penso, ci penso troppo. Penso quando vado a fare una passeggiata in un centro commerciale o in una piazza e sento che c’è qualcosa di diverso: la mia mente senza che me accorga inizia a pensare e sprofonda in un baratro infinito di interrogativi che non avranno mai una soluzione: qui ci sono io dal mio punto di vista ancora privilegiato ma c’è una parte di me che si vive nel corpo e nella mente di chi in questo momento sta scappando dalle terre in cui è venuto al mondo e in cui ha passato la sua infanzia.
Chi ha voluto questa situazione? Chi ha deciso che quella determinata persona ne subisse le conseguenze? Perché morire dopo aver utilizzato i risparmi di una vita intera per raggiungere la salvezza? Perché le onde devono cullare la morte?
E penso, penso, penso: quale capriccio del destino ha voluto che fossi tu e non io vittima di quell'orribile realtà? Quale giustificazione c’è per chi entra in un teatro e uccide ragazzi provenienti da tutte le parti del mondo in nome di Dio? Quale giustificazione guida la mano di chi nasconde la cintura della morte dietro ad un mantello nero per creare terrore? Cosa giustifica chi corre per le vie della città dell'amore con un fucile in mano colpendo chiunque sia sotto tiro?
Non c'è giustificazione ad un omicidio, non c'è giustificazione per quelle persone che hanno sottratto una mamma ad un figlio di 14 mesi che doveva ancora assaporare la vita; non c’è giustificazione al vuoto e al dolore che mai potranno passare.
E i pensieri mi assalgono ancora: per quale oscuro motivo a te oggi sono capitate un paio di scarpe nuove e ad una mamma di perdere il figlio durante il viaggio della speranza?
Domande, troppe domande, solo domande: nessuna risposta.

Beatrice Maccari
Classe II A

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